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Nicolás califica de “precioso don” la carta del Papa a
Kolvenbach
Adolfo Nicolás ratifica el
propósito de la Compañía de amar a la
iglesia jerárquica y al Santo Padre.
El 21 de
febrero a las 11:30 el Santo Padre Benedicto XVI recibió en audiencia especial
a los miembros de la Congregación General 35. Antes de escuchar las palabras
del Papa, el Padre General le dirigió el siguiente saludo:
Beatísimo
Padre,
Deseo que mi primera palabra a nombre
mío y de todos los presentes, sea un caluroso “gracias” a Vuestra Santidad que
ha querido benignamente recibir hoy a todos los miembros de la Congregación
General reunida estos días en Roma, después de haberle dado el precioso
don de una carta que, por su contenido y
su tono positivo, alentador y afectuoso, ha sido recibida con gran aprecio por toda la Compañía de Jesús.
Sentimos, ciertamente, gratitud y un
fuerte lazo de comunión al vernos confirmados en nuestra misión de trabajar en
las fronteras: allí donde de debaten la fe y la razón; la fe y la justicia, la
fe y el saber, así como en el campo de la reflexión y responsable investigación
teológica.
Estamos agradecidos a Su Santidad por
habernos exhortado una vez más a perseverar en nuestra tradición ignaciana de
servicio allí donde el Evangelio y la Iglesia se enfrentan con el mayor
desafío: un servicio que a veces pone en peligro la propia tranquilidad, la
reputación y la seguridad. Por eso, es
motivo de gran consolación constatar que Vuestra Santidad está al corriente de
los peligros a que tal empeño nos expone.
Permítame, Santo Padre, que vuelva otra
vez a la benévola y generosa carta que ha dirigido a mi predecesor, el Padre
Kolvenbach, y a través de él a todos nosotros. La hemos recibido con un corazón
abierto; la hemos meditado, hemos reflexionado sobre ella, hemos cambiado
impresiones y estamos decididos a transmitir a toda la Compañía de Jesús su
mensaje y la necesidad de aceptarlo incondicionalmente. Nos proponemos, además,
llevar el espíritu de tal mensaje a todas nuestras estructuras de formación y,
a partir de ahora, crear ocasiones de
reflexión y diálogo sobre su contenido. Ocasiones que serán de ayuda a nuestros
compañeros empeñados en la investigación y el servicio.
Nuestra Congregación General, a la que
Vuestra Santidad ha hecho sentir su paternal aliento, busca en la oración y
discernimiento el camino hacia una renovación del empeño de la Compañía al
servicio de la Iglesia y de la humanidad.
Lo que nos inspira y nos impele es el
Evangelio y el Espíritu de Cristo: sin la centralidad del Señor Jesús en
nuestra vida, nuestras actividades apostólicas no tendrían razón de ser. Del
Señor Jesús aprendemos a estar cerca de los pobres, de los que sufren y de los
excluidos de este mundo. La espiritualidad de la Compañía de Jesús brota de los
Ejercicios Espirituales de San Ignacio. Y es precisamente a la luz de los
Ejercicios Espirituales – fuente de inspiración de las Constituciones de la
Compañía – que la Congregación General examina estos días nuestra identidad y
nuestra misión. Los Ejercicios Espirituales, antes que ser un instrumento
inapreciable de apostolado, son para los el jesuita la medida de su propia
madurez espiritual.
En comunión con la Iglesia y guiados
por su magisterio buscamos dedicarnos con dedicación al servicio, al
discernimiento y a la investigación. La generosidad de tantos jesuitas que
trabajan denodadamente por el Reino de Dios hasta dar su propia vida no atenúa
el sentido de responsabilidad que la Compañía siente tener en la Iglesia.
Responsabilidad que Su Santidad confirma en su carta cuando dice que “la obra
evangelizadora de la Iglesia cuenta con la responsabilidad formativa que la
Compañía tiene en el campo de la teología, de la espiritualidad y de la misión.
Junto con el sentido de responsabilidad debe acompañaros la humildad,
reconociendo que el misterio de Dios y del hombre es mucho más grande que
nuestra capacidad de comprensión”.
Nos entristece, Santo Padre, que la
inevitable limitación y superficialidad de algunos de entre nosotros vengan usadas
a veces para dramatizar y presentar como conflicto y oposición lo que en muchos
casos no pasa de ser manifestación de nuestros límites y de la imperfección
humana, o de las inevitables tensiones de la vida cuotidiana.
Nada de esto, sin embargo nos desanima
ni apaga nuestra pasión no sólo por
servir a la Iglesia sino con mayor radicalidad aún, conforme al espíritu y la
tradición ignaciana, amar a la Iglesia jerárquica y al Santo Padre, Vicario de Cristo.
“En todo amar y servir”. Este es el
retrato de Ignacio. Esta es la carta de identidad del auténtico jesuita.
Por eso consideramos muy significativo
para nosotros este encuentro con Su Santidad en la vigilia de la fiesta de la
Cátedra de San Pedro, día de oración y de unión con el Papa y su altísimo
servicio de magisterio universal que nos permite presentarle nuestros mejores
deseos.
Y ahora, Santo Padre, estamos
dispuestos, prontos y deseosos de escuchar sus palabras.
(Original Italiano)
Discurso
del Santo Padre
Cari Padri della Congregazione Generale
della Compagnia di Gesù,
sono lieto di
accogliervi quest’oggi mentre i vostri impegnativi lavori stanno entrando nelle
fasi conclusive. Ringrazio il nuovo Preposito Generale, Padre Adolfo Nicolas,
per essersi fatto interprete dei vostri sentimenti e del vostro impegno per
rispondere alle attese che la Chiesa ripone in voi. Ve ne ho parlato nel
messaggio indirizzato al Rev. Padre Kolvenbach e – per suo tramite – a tutta la vostra Congregazione
all’inizio dei vostri lavori. Ringrazio ancora una volta il Padre Peter-Hans
Kolvenbach per il prezioso servizio di governo da lui reso al vostro Ordine per
quasi un quarto di secolo. Saluto anche i membri del nuovo Consiglio Generale e
gli Assistenti che aiuteranno il Preposito nel suo delicatissimo compito di
guida religiosa e apostolica di tutta la vostra Compagnia.
La vostra Congregazione si svolge
in un periodo di grandi cambiamenti sociali, economici, politici; di accentuati
problemi etici, culturali ed ambientali, di conflitti di ogni genere; ma anche
di comunicazioni più intense fra i popoli, di nuove possibilità di conoscenza e
di dialogo, di profonde aspirazioni alla pace. Sono situazioni che interpellano
fino in fondo la Chiesa cattolica e la sua capacità di annunciare ai nostri
contemporanei la Parola di speranza e di salvezza. Mi auguro perciò vivamente
che tutta la Compagnia di Gesù, grazie ai risultati della vostra Congregazione,
possa vivere con rinnovato slancio e fervore la missione per cui lo Spirito
l’ha suscitata nella Chiesa e da oltre quattro secoli e mezzo l’ha conservata
con straordinaria fecondità di frutti apostolici. Voglio oggi incoraggiare voi
e i vostri confratelli a continuare sulla strada di questa missione, in piena
fedeltà al vostro carisma originario, nel contesto ecclesiale e sociale che
caratterizza questo inizio di millennio. Come più volte vi hanno detto i miei
Predecessori, la Chiesa ha bisogno di voi, conta su di voi, e continua a
rivolgersi a voi con fiducia, in particolare per raggiungere quei luoghi fisici
e spirituali dove altri non arrivano o hanno difficoltà ad arrivare. Sono
rimaste scolpite nel vostro cuore le parole di Paolo VI: “Ovunque nella Chiesa,
anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle
trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti
dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i
Gesuiti” (3 dicembre 1974, alla 32a Congregazione Generale).
Come dice la
Formula del vostro Istituto, la Compagnia di Gesù è istituita anzitutto “per la
difesa e la propagazione della fede”. In un tempo in cui si aprivano nuovi
orizzonti geografici, i primi compagni di Ignazio si erano messi a disposizione
del Papa proprio perché “li impiegasse là dove egli giudicava essere di maggior
gloria di Dio e utilità delle anime” (Autobiografia, n. 85). Così essi furono
inviati ad annunciare il Signore a popoli e culture che non lo conoscevano
ancora. Lo fecero con un coraggio e uno zelo che rimangono di esempio e di
ispirazione fino ai nostri giorni: il nome di San Francesco Saverio è il più
famoso di tutti, ma quanti altri se ne potrebbero fare! Oggi i nuovi popoli che
non conoscono il Signore, o che lo conoscono male, così da non saperlo
riconoscere come il Salvatore, sono lontani non tanto dal punto di vista
geografico quanto da quello culturale. Non sono i mari o le grandi distanze gli
ostacoli che sfidano gli annunciatori del Vangelo, quanto le frontiere che, a
seguito di una errata o superficiale visione di Dio e dell’uomo, vengono a
frapporsi fra la fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna, la fede
e l’impegno per la giustizia.
Perciò la Chiesa ha
urgente bisogno di persone di fede solida e profonda, di cultura seria e di
genuina sensibilità umana e sociale, di religiosi e sacerdoti che dedichino la
loro vita a stare proprio su queste frontiere per testimoniare e aiutare a
comprendere che vi è invece un’armonia profonda fra fede e ragione, fra spirito
evangelico, sete di giustizia e operosità per la pace. Solo così
diventerà possibile far conoscere il vero volto del Signore a tanti a cui oggi
rimane nascosto o irriconoscibile. A questo pertanto deve dedicarsi
preferenzialmente la Compagnia di Gesù. Fedele alla sua migliore tradizione,
essa deve continuare a formare con grande cura i suoi membri nella scienza e
nella virtù, senza accontentarsi della mediocrità, perché il compito del
confronto e del dialogo con i contesti sociali e culturali molto diversi e le
mentalità differenti del mondo di oggi è fra i più difficili e faticosi. E questa
ricerca della qualità e della solidità umana, spirituale e culturale, deve
caratterizzare anche tutta la molteplice attività formativa ed educativa dei
Gesuiti, nei confronti dei più diversi generi di persone ovunque essi si
trovino.
Nella sua storia la
Compagnia di Gesù ha vissuto esperienze straordinarie di annuncio e di incontro
fra il Vangelo e le culture del mondo – basti pensare a Matteo Ricci in Cina, a
Roberto De Nobili in India, o alle “Riduzioni” dell’America latina -. Ne siete
giustamente fieri. Sento oggi il dovere di esortarvi a mettervi nuovamente
sulle tracce dei vostri predecessori con altrettanto coraggio e intelligenza,
ma anche con altrettanta profonda motivazione di fede e passione di servire il
Signore e la sua
Chiesa. Tuttavia, mentre cercate di riconoscere i segni della
presenza e dell’opera di Dio in ogni luogo del mondo, anche oltre i confini
della Chiesa visibile, mentre vi sforzate di costruire ponti di comprensione e
di dialogo con chi non appartiene alla Chiesa o ha difficoltà ad accettarne le
posizioni e i messaggi, dovete allo stesso tempo farvi lealmente carico del
dovere fondamentale della Chiesa di mantenersi fedele al suo mandato di aderire
totalmente alla Parola di Dio, e del compito del Magistero di conservare la verità
e l’unità della dottrina cattolica nella sua completezza. Ciò vale non solo per
l’impegno personale dei singoli Gesuiti: poiché lavorate come membra di un
corpo apostolico, dovete anche essere attenti affinché le vostre opere ed
istituzioni conservino sempre una chiara ed esplicita identità, perché il fine
della vostra attività apostolica non rimanga ambiguo od oscuro, e perché tante
altre persone possano condividere i vostri ideali e unirsi a voi efficacemente
e con entusiasmo, collaborando al vostro impegno di servizio di Dio e
dell’uomo.
Come voi ben sapete
per aver compiuto molte volte sotto la guida di Sant’Ignazio negli Esercizi
Spirituali la meditazione “delle due bandiere”, il nostro mondo è teatro di una
battaglia fra il bene e il male, e vi sono all’opera potenti forze negative,
che causano quelle drammatiche situazioni di asservimento spirituale e
materiale dei nostri contemporanei contro cui avete più volte dichiarato di
voler combattere, impegnandovi per il servizio della fede e la promozione della
giustizia. Tali forze si manifestano oggi in molti modi, ma con particolare
evidenza attraverso tendenze culturali che spesso diventano dominanti, come il
soggettivismo, il relativismo, l’edonismo, il materialismo pratico. Per questo
ho chiesto il vostro rinnovato impegno a promuovere e difendere la dottrina
cattolica “in particolare sui punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla
cultura secolare”, alcuni dei quali ho esemplificato nella mia Lettera. I temi,
oggi continuamente discussi e messi in questione, della salvezza di tutti gli
uomini in Cristo, della morale sessuale, del matrimonio e della famiglia, vanno
approfonditi e illuminati nel contesto della realtà contemporanea, ma
conservando quella sintonia con il Magistero che evita di provocare confusione
e sconcerto nel Popolo di Dio.
So e capisco bene
che questo è un punto particolarmente sensibile e impegnativo per voi e per
diversi dei vostri confratelli, soprattutto quelli impegnati nella ricerca
teologica, nel dialogo interreligioso e nel dialogo con le culture
contemporanee. Proprio per questo vi ho invitato e vi invito anche oggi a
riflettere per ritrovare il senso più pieno di quel vostro caratteristico
“quarto voto” di obbedienza al Successore di Pietro, che non comporta solo la prontezza
ad essere inviati in missione in terre lontane, ma anche – nel più genuino
spirito ignaziano del “sentire con la Chiesa e nella Chiesa” – ad “amare e
servire” il Vicario di Cristo in terra con quella devozione “effettiva ed
affettiva” che deve fare di voi dei suoi preziosi e insostituibili
collaboratori nel suo servizio per la Chiesa universale.
Allo stesso tempo
vi incoraggio a continuare e a rinnovare la vostra missione fra i poveri e con
i poveri. Non mancano purtroppo nuove cause di povertà e di emarginazione in un
mondo segnato da gravi squilibri economici e ambientali, da processi di
globalizzazione guidati dall’egoismo più che dalla solidarietà, da conflitti
armati devastanti ed assurdi. Come ho avuto modo di ribadire ai Vescovi
latinoamericani riuniti al Santuario di Aparecida, “la opzione preferenziale
per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che per noi si è
fatto povero, per arricchirci con la sua povertà (2 Cor 8,9)”. E’ quindi
naturale che chi vuol essere veramente compagno di Gesù, ne condivida realmente
l’amore per i poveri. Per noi la scelta dei poveri non è ideologica, ma nasce
dal Vangelo. Innumerevoli e drammatiche sono le situazioni di ingiustizia e di
povertà nel mondo di oggi, e se bisogna impegnarsi a comprenderne e a
combatterne la cause strutturali, occorre anche saper scendere a combattere fin
nel cuore stesso dell’uomo le radici profonde del male, il peccato che lo
separa da Dio, senza dimenticare di venire incontro ai bisogni più urgenti
nello spirito della carità di Cristo. Raccogliendo e sviluppando una delle
ultime lungimiranti intuizioni del Padre Arrupe, la vostra Compagnia
continua a impegnarsi in modo meritorio nel servizio per i rifugiati, che
spesso sono i più poveri fra i poveri e che hanno bisogno non solo del soccorso
materiale, ma anche di quella più profonda vicinanza spirituale, umana e
psicologica che è più propria del vostro servizio.
Un’attenzione
specifica vi invito infine a riservare a quel ministero degli Esercizi
Spirituali che fin dalle origini è stato caratteristico della vostra Compagnia.
Gli Esercizi sono la fonte della vostra spiritualità e la matrice delle vostre
Costituzioni, ma sono anche un dono che lo Spirito del Signore ha fatto alla
Chiesa intera: sta a voi continuare a farne uno strumento prezioso ed efficace
per la crescita spirituale delle anime, per la loro iniziazione alla preghiera,
alla meditazione, in questo mondo secolarizzato in cui Dio sembra essere
assente. Proprio nella settimana scorsa ho profittato anch’io degli Esercizi
Spirituali, insieme con i miei più stretti collaboratori della Curia Romana,
sotto la guida di un vostro esimio confratello, il Card. Albert Vanhoye. In un
tempo come quello odierno, in cui la confusione e la molteplicità dei messaggi,
la rapidità dei cambiamenti e delle situazioni, rende particolarmente difficile
ai nostri contemporanei mettere ordine nella propria vita e rispondere con
decisione e con gioia alla chiamata che il Signore rivolge a ognuno di noi, gli
Esercizi Spirituali rappresentano una via e un metodo particolarmente prezioso
per cercare e trovare Dio, in noi, attorno a noi e in ogni cosa, per conoscere
la sua volontà e metterla in pratica.
In questo spirito
di obbedienza alla volontà di Dio, a Gesù Cristo, che diviene anche umile
obbedienza alla Chiesa, vi invito a continuare e a portare a compimento i
lavori della vostra Congregazione, e mi unisco a voi nella preghiera
insegnataci da Sant’Ignazio al termine degli Esercizi – preghiera che sempre mi
appare troppo grande, al punto che quasi non oso dirla e che, tuttavia,
dovremmo sempre di nuovo riproporci: “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia
libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò
che ho e possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridòno; tutto è tuo, di
tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto il tuo amore e la tua
grazia; questo mi basta” (ES 234).
(Original en italiano. La traducción al español se enviará
apenas esté pronta.)
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